i bambini e gli adolescenti al tempo del coronavirus 24 Apr 2020

BY: dott.ssa Giovanna Stabile

Approfondimenti

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6. I bambini e il trauma

Con Freud e l’avvento della psicoanalisi abbiamo compreso che ogni bambino incontra nella propria esistenza delle difficoltà, dei veri e propri traumi, e che non esiste uno sviluppo “normale”.

Lo psicoanalista Jacques Lacan, riprendendo Freud, ha poi messo in evidenza che ogni individuo venendo al mondo si trova nella necessità di inventare il proprio modo, singolare, di accordare la parola e il corpo, il simbolico e il godimento, in un bricolage che, tuttavia, avrà sempre degli zoppicamenti.

Se è vero che bisogna prendere i soggetti uno per uno -e questo resta un principio imprescindibile nella clinica, cioè, quando incontro i miei pazienti- in queste settimane non ho potuto evitare di pormi delle questioni e di riflettere su cosa abbia potuto produrre il trauma dell’arresto del mondo, o, per dirla con la psicoanalisi lacaniana l’irruzione immaginaria del virus dentro le case. Che cosa può aver prodotto questa la limitazione drastica della libertà di movimento e di fruizione di stimoli, l’alterazione delle cornici spazio-temporali -accanto all’incertezza o all’angoscia genitoriale- in un essere in formazione? 

La quarantena, per molti fra i più piccoli, ha, probabilmente, innescato una prima fase d’entusiasmo in quanto finalmente sono stati ritrovati i propri spazi domestici ed i giochi impolverati (perché certamente durante l’anno scolastico tra l’impegno della scuola, del doposcuola, le attività motorie, musicali, le visite agli amici, non ci sarà stato il tempo di esplorarli tutti): entusiasmo anche per aver finalmente trovato il tempo e l’opportunità di giocare o di fare delle cose assieme alla propria madre e/o il proprio padre e, per i più fortunati, anche assieme ad un fratello o una sorella. Mi è sembrato di capire, però, che dopo aver sperimentato qualche impasto di pane o di pizza, qualche gioco e qualche abbraccio, con il passare dei giorni, questo piccolo micromondo magico ha iniziato a sgretolarsi. La convivenza forzata ha iniziato a riaccendere i conflitti fra genitori, conflitti che in seguito, forse, sono arrivati ad essere così frequenti e così accesi da diventare esplosivi, visto che la convivenza forzata ha aumentato la prossimità, impedito ogni spazio di libertà e ogni possibilità di evasione e, conseguentemente, ha fatto esplodere le “passioni”.

Se per molti bambini la casa poteva rappresentare un luogo a volte scomodo, con il lockdown, è diventato un piccolo inferno ancora di più. Fortunatamente non per tutti! Quello che sicuramente è venuto meno in maniera drastica per ciascuno è stata la possibilità di fare esperienze, di giocare, di muoversi e, soprattutto, di relazionarsi con i pari. Tutti ormai sappiamo che dopo i primi anni di vita è anche nel confronto con il simile che il bambino prende le misure, impara ad accettare limiti e frustrazioni. Per un bambino non poter toccare con mano la realtà al di fuori degli stretti confini domestici per quasi due mesi, dopo che in casa, tramite giornali, telegiornali, sugli smartphone e tablet dei genitori, sono comparse immagini terrorizzanti quali medici e infermieri bardati come mostri in film di fantascienza, cortei di camion militari trasportanti bare, e così via, oltre che discorsi attorno a rischi di contagio, alle precarie condizioni economiche e lavorative -tanto solo per citare alcune delle preoccupazioni ma la lista è, purtroppo, molto più lunga- non si può credere abbia rappresentato per i bambini (come alcuni hanno cercato di rassicurare) una opportunità per stare in famiglia e per riportare in essa la centralità ai valori fondamentali.

Alcuni pediatri e psicologi, hanno, in effetti, in questi giorni, iniziato a lanciare dei segnali di rischio rispetto al fatto che a lungo andare l’isolamento domestico può fare molto male alla salute fisica e mentale dei giovani e che le reazioni di disagio che un bambino può manifestare, in una situazione come questa, sia a livello emotivo che fisico, sono molteplici. Alcuni dei segnali evidenziati sono: l’irrequietezza e l’agitazione psicomotoria, l’iperattività (per inciso l’iperattività è un fenomeno che nella popolazione infantile risultava già in largo aumento prima della diffusione del Covid-19) o all’opposto l’ipoattivazione, la ricerca compulsiva di cibo, l’aggressività verbale o fisica, i sintomi d’ansia con l’aumento di paure, la difficoltà a stare da soli, il senso d’insicurezza e d’incertezza, e le difficoltà nel riposo notturno.

Dal mio punto di osservazione mi sembra che i disturbi del sonno e dell’alimentazione, la maggiore instabilità dell’umore e l’inibizione con una sorta di scarsa energia, ottundimento, iperdocilità siano i fenomeni prevalenti in questo momento per i bambini.

7. Confino a casa e deprivazione sensoriale

Riflettendo su cosa avrebbe potuto produrre la drastica riduzione di stimolazione sensoriale in bambini “normalmente” iperstimolati ho trovato dei vecchi articoli sul tema della deprivazione sensoriale di uno o più sensi (vista, udito, tatto) riferiti ad alcune ricerche svolte negli anni 50 (Bexton, Heron e Scott). In questi studi, alcuni volontari venivano costretti a letto per alcuni giorni all’interno di una stanza luminosa ed isolata, con gli occhi coperti da lenti scure e le mani private della sensibilità tattile. L’effetto, nel breve periodo, era stato che essi avevano iniziato a vedere gli oggetti muoversi, cambiare dimensione e forma, fino al punto da convincersi che i mobili si muovessero all’interno della stanza e camminassero. Oltre alla comparsa di queste allucinazioni visive si era prodotta una condizione di disorientamento generale del soggetto con implicazione delle funzioni del tatto, della percezione del tempo e dello spazio e non solo…. L’effetto di alterazione delle funzioni cognitive aveva inciso nella capacità di concentrarsi su un pensiero o su un contenuto specifico fino al punto che i volontari non erano stati più in grado di mantenere l’attenzione su una sequenza per arrivare a contare fino a 30. La stessa limitazione era avvenuta rispetto alle capacità di astrazione, generalizzazione e di ragionamento logico-matematico. Questo stato di psicosi temporanea era fortunatamente cessato dopo il termine dell’esperimento e il soggetto era potuto tornare alla propria normalità.

L’aspetto, però, che ho trovato più interessante, e che può aiutarci a riflettere su quello che sta accadendo all’interno delle nostre case oggi, è l’effetto di forte aumento della suggestionabilità dei volontari e quello di deflessione del tono dell’umore -tipico degli stati depressivi- che si era prodotto in conseguenza della deprivazione di stimoli. Infatti, i volontari al termine delle ricerche avevano riferito di aver avuto la tendenza a ripescare ricordi dal passato e che questo aveva finito per portarli ad uno stato depressivo.

Mi sono venuti in mente alcuni ragazzi, ma soprattutto bambini più piccoli, quelli che molte mamme nelle consultazioni online descrivono a me, ed alle insegnanti della Scuola Materna, come bambini dai volti pallidi ed emaciati, “spenti”, forse anche un po’ “intontiti”, con una riduzione delle capacità attentive e di attivazione o “araousal”. Sono bambini diventati, improvvisamente, molto più docili, che più facilmente assecondano le richieste della mamma. Bambini che dicono di sì e che non sembrano aver nulla da chiedere, se non forse, del cibo. Sono gli stessi che, spesso, presentano difficoltà di addormentamento.

Con lo sguardo della psicoanalisi- che a mio avviso può illuminare meglio di qualunque altro corpus teorico (soprattutto se nel farlo non si perde di vista il riferimento neuropsicologico) il disagio che l’essere umano talvolta presenta- mi sembra che in questi bambini si configuri un quadro d’inibizione quale possibile risposta difensiva del bambino al trauma.

L’incontro per il bambino con qualcosa che costituisce per lui l’irrappresentabile, la comparsa di scene di malattia e di morte, i discorsi e l’ansia genitoriale rispetto ad un nemico minaccioso ma invisibile, la riduzione drastica delle esperienze sensoriali e di movimento, l’assenza di tutti gli elementi che fino a pochi giorni prima rappresentavano la sua routine: i compagni, la scuola, la maestra, la mensa, il gruppo del calcio e così via non possono non provocare un vuoto di senso.

Certamente molti genitori avranno fatto del loro meglio per accompagnare i loro figli, leggendo delle fiabe prima di metterli a letto, concedendo loro un tempo maggiore per ascoltarli, li avranno abbracciati e coccolati più che mai, forse avranno anche giocato con loro e magari anche disegnato, ma non tutti e comunque non certo potendo evitare quell’effetto traumatico provocato dalla cesura nello scorrere prevedibile della loro realtà quotidiana.

8. Quale può essere l’effetto di questa cesura? La casa è un luogo sicuro?

Ho già fatto presente, nei precedenti paragrafi, che la casa non per tutti i bambini è un luogo sicuro come vorrebbe farci credere la retorica dominante esacerbata dalla diffusione della pandemia. L’esperienza clinica ci dimostra tutti i giorni che i contesti familiari possono essere luoghi soffocanti quando non violenti.

Ma non è necessario che la casa sia un luogo ostile, la psicoanalisi, con Lacan, ci ha insegnato che il genitore è di per sé sempre traumatico¹ per il proprio figlio, per via dell’incontro con quel desiderio opaco e oscuro che è il desiderio dell’Altro, desiderio sul quale il bambino s’interroga, osserva e scruta ma di fronte al quale è sempre inerme. Occorre precisare che nei primi anni di vita il bambino, infatti, è in una posizione di ostaggio, cioè dipende totalmente dall’Altro, dall’adulto di riferimento per il soddisfacimento dei propri bisogni, è all’Altro delle cure -solitamente la madre- che egli guarda cercando d’intuire cosa voglia da lui e cercando di adeguarvisi. È proprio nel contesto familiare, dunque, che il bambino incontrerà quel “trauma originario” che poi ritroverà in tutti i traumi successivi.

In altre parole, in ogni incontro traumatico della vita c’è un buco che si spalanca nell’Altro, in quello che -per il soggetto- prima aveva rappresentato il luogo della garanzia e dal quale ora non giunge più alcuna risposta. In quel punto è come se egli fosse sbattuto fuori dalla giostra del senso e sperimentasse nuovamente lo smarrimento più totale.

I bambini sono a casa con le loro famiglie, molti giornalisti, filosofi, elogiano il tempo ritrovato degli adulti nei confronti dei loro affini e, in particolare il dei loro figli. Occorre, tuttavia, ricordare (come Freud aveva messo in evidenza) come il periodo dell’infanzia del soggetto sia centrale per le condizioni del suo sviluppo e di quanto su di esso incidesse il desiderio di coloro i quali lo avrebbero accolto al mondo: desiderio verso il bambino e desiderio che unisce la coppia parentale.  Tuttavia come ci ricorda la psicoanalista Martine Menès²: “Andiamo oltre l’illusione che l’amore sia sufficiente perché un bambino si strutturi in modo armonioso”.

Dobbiamo tenere a mente che l’amore non basta perché se quello di essere desiderato dall’Altro genitoriale è certamente una condizione auspicabile, va considerato anche che, non solo non è sufficiente ma, addirittura, esso può rappresentare un ostacolo, ed in particolare lo può diventare in questo preciso momento storico.  Perché il soggetto possa arrivare a compiere il suo processo d’individuazione, infatti, è necessaria una complicata operazione di separazione che non può andare senza ostacoli e senza dolore. Il tormentato percorso di smarcamento del cucciolo d’uomo dalla sua alienazione al desiderio materno -a cui prima facevo riferimento- solitamente viene intrapreso a partire dall’ingresso nella pubertà e caratterizza tutta la fase adolescenziale. In questo percorso la funzione paterna gioca un ruolo centrale. Ora, se quest’operazione nella modernità era già diventata un punto d’impasse, dal momento in cui, la figura del pater familias non sembrava più costituire il vettore di questa separazione, in questa chiusura iperprotettiva in cui la famiglia all’epoca della pandemia si è ripiegata in sé stessa mettendo tra parentesi tutto quanto sta fuori, questo processo sia ulteriormente dilatato o procrastinato.

9. Dall’alienazione alla separazione pre e adolescenti

Per i ragazzi questo avrebbe dovuto essere il tempo del viaggio, del fuori casa, dell’esperienze di rottura con quello che il mondo familiare propone ed, invece, è diventato il tempo del confino domestico, il tempo del monitor davanti agli occhi 24 ore su 24, datosi che al tempo della navigazione in rete, delle chat e dei social si è assommato quello della DAD. Loro sembrano cavarsela meglio di chiunque altro in questa “stagione del virtuale”. Diventano insegnanti rispetto ai loro stessi professori o dei loro genitori, sono finalmente liberi di comunicare indisturbati (visto che di fronte all’assenza di alternativa i genitori non possono certamente lamentarsi) con i loro amici con chat e videochiamate oltre ad avere il tempo per “postare” di tutto e di più.  Indubbiamente tutto questo può rappresentare un punto di forza e di protezione rispetto a quanto sta accadendo attorno a loro, ma, questo è meno vero per i preadolescenti ed i ragazzini che frequentano il ciclo della Scuola Media, in quanto essi sono già in difficoltà nelle relazioni interpersonali perché hanno appena abbandonato il sicuro mondo dell’infanzia e appena iniziato ad intravvedere il nuovo mondo che gli si para d’innanzi. Si tratta di un mondo ancora troppo pieno di misteri e in un momento in cui non ci si sente di certo supereroi.

Oltre ai bambini sono questi i minori che temo stiano patendo di più il confino domestico. Innanzitutto, essi stentano a cercare il contatto con i loro pari persino attraverso l’unico modo concesso in questo momento: la telefonata. Per la gran parte dei maschietti risulterebbe difficile, infatti, prendere l’iniziativa di cercarsi perché sarebbe poi difficile sostenere una conversazione. La tendenza fra loro è, infatti, quella di scambiarsi stickers, meme, immagini più o meno divertenti ma quasi sempre non personali. Accade così, a volte, che anche in ragazzi che prima non avevano difficoltà nella socializzazione si verifichi uno scenario simile alla cosiddetta Sindrome di Hikikomori. Questa sindrome è una condizione di isolamento sociale e reclusione volontaria -solitamente all’interno della propria camera da letto o, comunque, entro lo spazio domestico, entro il quale l’unico interesse e, anche, l’unica forma di soddisfazione, è rivolta al mondo virtuale dei videogiochi e dei social ricercati con modalità ossessive.

Senza pensare a queste forme più gravi ci sono comunque molti ragazzini che stanno manifestando dei sintomi di tipo depressivo. Sono quelli che manifestano apatia, noia, disturbi dell’attenzione, del sonno e dell’alimentazione. Ma anche un ottundimento ed una docilità eccessiva considerato anche che questo avrebbe dovuto essere il tempo per loro degli scontri e delle rotture.

Inoltre, bisogna considerare che il loro corpo sta cambiando rapidamente, un corpo già così difficile da abitare perché vissuto troppo grosso, troppo magro, troppo stretto, mentre, per dirla con una metafora il tempo della pandemia è fermo.

Sappiamo tutti, ormai, che gli adolescenti devono costruire una nuova immagine di sé e che ciò avviene in larga misura attraverso l’immagine del proprio corpo (un corpo nuovo ed in continuo mutamento), quindi, attraverso lo sguardo dell’Altro e attraverso l’incontro con il corpo dell’altro.

Attraverso l’incontro con l’Altro, con i pari e, soprattutto, con l’altro sesso si producono le interrogazioni e questioni per il soggetto. Mentre ora, come abbiamo, visto il corpo è messo tra parentesi e quindi non trova nemmeno posto nel legame con l’Altro attraverso la parola. Se come Freud ci ha insegnato ciò che è messo fuori dalla porta riappare nel reale, c’è il rischio, che il corpo possa rientrare nei passaggi all’atto, nei disturbi psicosomatici dove esso riprende a fare la parte del leone ma in modo patologico.

10. Nulla sarà più come prima

A dispetto di quanto sin qui la maggior parte di noi era riuscita a convincersi, visto che in questo ultimo decennio tutto ha contribuito a farci credere che nulla avrebbe potuto arrestare la nostra corsa ad una vita piena di successo e felicità (dalla chirurgia estetica, alla medicina ….fino alle tecniche psicologiche per garantire una comunicazione efficace) il lock-down per il Covid 19 ci ha fatto capire, senza ombra di dubbio, che siamo esseri limitati. La cosa non è andata senza conseguenze, evidentemente, anche per noi adulti, qualcuno ha mormorato: “non saremo più quelli di prima”, ma men che meno lo è stato per chi fra tutti è stato meno ascoltato, visto, e considerato e chi più di ogni altro è stato privato delle libertà individuali.

11. E quindi ora che cosa si può fare?

Freud in “Il disagio della civiltà”³ spiega che la felicità “è un problema dell’economia libidica individuale. Dunque non vi può essere una indicazione, un consiglio che valga per tutti; ogni individuo deve trovare per sé la maniera particolare di saperci fare con il reale.

Non sono solita dare ricette e consigli, anzi quando incontro le persone nel mio studio mi guardo bene dal farlo, tuttavia, di fronte a questo silenzio (silenzio che ora, che mi accingo a concludere queste riflessioni, fortunatamente è stato rotto) e a quanto è accaduto in questi mesi, mi sono sentita chiamata a sollevare la questione della “infanzia invisibile”. Da ormai un ventennio, infatti, in vari contesti e con diverse funzioni, mi occupo dei bisogni psicologici di questa fascia di popolazione e il silenzio che circolava ora attorno ad essa era diventato per me assordante.

Sono convinta, infatti, che gli adulti possano e debbano fare molto, proprio in questo momento, per i loro figli e per la generazione che sarà il nostro futuro. Non solo incominciare a rispettarli come soggetti, cioè come entità separate e diverse da noi, non solo “ascoltarli”, come tutti ci consigliano di fare, ma, soprattutto, sapersi fare da parte quando hanno bisogno di essere lasciati soli e, infine, avere l’umiltà di bussare alla loro porta prima di entrare nel pezzetto di mondo che sono disposti a farci vedere.

Questo dovrebbe valere non solo per gli adolescenti, ma anche per i più piccoli. Per certi versi è più complicato metterlo in atto con gli adolescenti in quanto, spesso, l’assenso per poter varcare la loro soglia sembra non arrivare mai, ma, anche perché, per poter veramente entrare, è probabilmente necessario conoscere qualche parola della loro lingua, una lingua a noi straniera. Qualche parola di questa lingua forse potremmo almeno provare a pronunciarla piuttosto che continuare a protestare inutilmente che loro non parlano bene la nostra. Potremmo, anche, chiedergli di farci guidare nell’esplorazione dei loro mondi, siano essi quelli della musica, della moda, dei videogiochi, o dello sport. A volte ci sembreranno mondi troppo lontani dai nostri interessi per prestarvi attenzione o, addirittura, mondi troppo in disaccordo con i valori e con le parole che gli abbiamo voluto insegnare. Ma dopo esserci incagliati, per esempio, in rime sconclusionate e parole che “rompono” nei testi della musica Trap, potremmo approdare in nuovi suoni e nuovi significati che potremmo trovare anche interessanti.

Per quanto riguarda i più piccoli non ci son dubbi, se ancora gli incontri con gli altri non sono possibili, non si può prorogare ulteriormente l’incontro con l’aria aperta, la terra, il movimento e con almeno un amico con cui giocare. Fortunatamente nella nostra Regione i prati ed i campi non sono per nulla distanti dalle città e dai nostri paesi, perciò non c’è la necessità e il rischio di assieparsi nei parchi innescando contagi, mi auguro, quindi, che quanto auspicato diventi realizzabile quanto prima.

Per tutti -bambini e ragazzi- c’è bisogno di ritrovare una qualche forma di scuola!

Dobbiamo, quindi, metterci al lavoro tutti e subito perché il futuro dei bambini e della scuola non divenga un tema da dibattere in sede ministeriale alla fine di agosto, magari in assenza di consulenti esperti in tema di minori e di formazione. È necessario costruire una Scuola possibile ora, utilizzando tutti gli ausili tecnologici a disposizione (l’esperienza con i casi di disagio sociale e tutela m’insegna che anche nelle famiglie in stato di povertà è presente almeno uno smartphone e, in ogni caso, già molto si potrebbe fare tramite la radio o la televisione come alcune esperienze sperimentali ci hanno mostrato) mentre, al contempo, bisogna progettare una scuola nella quale in sicurezza sia possibile incontrarsi.

C’è bisogno di maestri e professori disposti a mettersi in gioco, disponibili a fare sì che i bambini e i ragazzi abbiano una routine, professori decisi a tenerli agganciati con messaggi, audiomessaggi, videoselfie, ma, anche, a sollecitare lo scambio reciproco di materiali audiovisivi attraverso i quali sicuramente, ciascuno, avrebbe qualcosa da imparare dall’altro. A questo proposito c’è già l’esempio di qualche professore che ha raccontato di aver proposto ai suoi studenti di realizzare e d’inviare dei brevi videoselfie mentre lo studente sta suonando uno strumento e la proposta è stata accolta con entusiasmo. Ancora, oggi, è possibile scaricare dei podcast di trasmissioni radiofoniche o radiovisive e metterle a disposizione degli alunni, oppure documentari, video, materiale formativo e didattico in ogni campo del sapere.

Ritengo che un aspetto che non andrebbe trascurato nella fascia di età che corrisponde orientativamente a quella della frequenza delle Scuole Medie (meglio detta Scuola Secondaria di Primo Grado) sia anche quella di stimolare la relazione fra pari. Un modo per farlo potrebbe essere quella di richiedere di eseguire lavori di ricerca o di approfondimento in piccolo gruppo (ovviamente tramite le varie applicazioni quali Zoom, Skype, WhatsApp…). Considerato che in questa fascia di età, come prima dicevo, è più difficile, soprattutto per i maschi, instaurare una relazione con i compagni mediata dal telefono o dalla videochiamata, il pericolo è di lasciare i ragazzi in una condizione di solitudine profonda. Si possono trovare esempi, in questo senso, di iniziative da parte di Enti Privati che hanno messo a disposizione la figura di un educatore per coordinare incontri di gruppo online dove i ragazzi hanno potuto confrontarsi sulle loro diverse esperienze di confino ma, anche, sulle loro personali soluzioni per affrontarlo.

È vero che la didattica online non può sovrapporsi alla didattica scolastica in presenza -come molti Dirigenti Scolastici hanno sottolineato, forse anche per giustificare la discrepanza tra il numero di ore previste da orario scolastico e quelle realizzate nella DAD- , e, certamente, i ragazzi non possono restare incollati al video per 8 ore al giorno (anche se moltissimi lo fanno per motivi “ludico-ricreativi”), ma è vero anche che sarebbe opportuno che la differenza tra i due modelli didattici fosse resa tangibile, divenendo l’occasione per superare, finalmente, un modello di scuola che molti ormai considerano obsoleto (quello delle lezioni frontali, dove vi è scarso confronto e mutuo aiuto fra compagni).

Un’altra proposta interessante -che ho trovato in rete- per liberare i bambini dal confino è quella di “Scuola in Comune” (Raffaele Iosa per “I gessetti colorati”) che credo che andrebbe coraggiosamente realizzata. Essa parte dal presupposto che la scuola non sia significativa solo nella vita dei bambini ma anche dell’intera città, e questo lo comprendiamo facilmente se pensiamo a quanto il perdurare a lungo della situazione attuale rischierebbe di portare ad un aumento del divario sociale e delle disuguaglianze. È chiaro, dunque, che quello delle scuole chiuse è un problema che riguarda tutta la comunità.

L’idea è quella di coinvolgere gli enti locali in una progettazione integrata nella quale sistema comune e sistema scuola pensano e, poi, costruiscono assieme soluzioni, non solo per poter riaprire le scuole a settembre, ma, anche, per evitare sin d’ora la regressione generalizzata che la vita da “figli confinati” comporta. Il Comune quindi, diventa soggetto attivo nel promuovere l’integrazione rispetto alle opportunità che il territorio può offrire (vivibilità degli ambienti sociali, tempo libero, attività culturali, aggregative, del volontariato, dell’associazionismo del privato-sociale). Tutte le risorse per offrire opportunità di crescita ai bambini sin da ora.

È fondamentale pensare ad attività estive che si propongano non più solo di garantire il riempimento del tempo per quasi l’intera giornata e nelle quali il corpo dei bambini debba essere necessariamente sfiancato da attività motorie, ma progettare dei piccoli laboratori tematici in ambiti diversi dalle aule e dei cortili delle Scuole. Penso che ci siano molti luoghi nelle città poco, o per nulla, utilizzati, alternativi agli Istituti Scolastici quali spazi all’aperto, ma anche musei ed altri edifici, dove realizzare laboratori tematici in piccolo gruppo e dove ciascun bambino possa aderire a seconda del proprio interesse o curiosità. Questi laboratori potrebbero essere condotti non solo da educatori ma, anche, da artisti, attori, musicisti, scrittori, e anche da artigiani per imparare “l’arte del fare con le mani”.

In questo frangente ci sono, anche, moltissime risorse inutilizzate quali gli educatori che solitamente sono impiegate nell’ambito territoriale sociale ed educativo. Essi lavorano in stretta integrazione con insegnanti di classe e di sostegno a supporto dei bambini più fragili, non solo quelli con disabilità o con disturbi emotivo-comportamentali, ma anche con quelli più emotivamente fragili, queste figure meglio di altre sarebbero certamente in grado di offrire nuove opportunità per i minori.

Oltre a loro, sono convinta che in questo periodo, per la maggiore disponibilità di tempo ma, anche, per il desiderio di essere solidali ed impegnati nella comunità vi sia, come riportava il docente di scuola media, Andrea Disint, su “Il Messaggero Veneto” del 21/04/2020, un popolo di scrittori, studiosi, cantautori, attori, sportivi,  disponibili ad interagire volontaristicamente con le varie classi virtuali, portando ogni giorno le loro testimonianze, i loro racconti e le loro esperienze.

Mi pare, in conclusione, che non possa essere procrastinata ulteriormente l’occasione di migliorare la Scuola virtuale e sia quindi giunto il momento di progettare una scuola nuova, ma, soprattutto,  che ciascuno di noi debba fare del prorpio meglio affinché siano garantiti nuovamente i diritti dei minori.

 

Dott.ssa Giovanna Stabile

Psicologa Psicoterapeuta, Psicoanalista

Udine, 23 aprile 2020

 

[1] Lacan J., Le Sèminaire, Livre XIX, Le savoir du psychanaliste (1971-72), Erès, Paris 2013 (inedito in Italiano), lezione del 14 Maggio 1972.
[2] Martine Menès Un trauma benefico. La “nevrosi infantile”, Edizioni Praxis del Campo Lacaniano, Roma 2011 pag 22.
[3] Sigmund Freud “Il Disagio della civiltà” in Opere vol.10 1924-1929- Bollati Boringhieri, 2000

 

[immagine di copertina di Andreina Ippoliti]

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