i bambini e gli adolescenti al tempo del coronavirus 24 Apr 2020

BY: dott.ssa Giovanna Stabile

Approfondimenti

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1. Quali gli effetti? Quali le possibili vie d’uscita?

Le scuole sono chiuse ormai da quasi due mesi, bambini e ragazzi non escono di casa da quel momento. Mentre in questi giorni si succedono le notizie sulla riapertura delle aziende e delle attività commerciali, nulla si è ancora detto attorno ad una possibile loro “liberazione”.

Ancora, fino a qualche giorno fa -cioè quando ho iniziato a mettermi al lavoro su questo articolo- l’unico discorso che è circolato attorno al mondo dell’infanzia e dell’adolescenza è stato quello relativo alla Scuola. Al momento, l’unica certezza è che le scuole -per questo anno scolastico- non riapriranno. Si può, a questo punto, avanzare l’ipotesi -senza temere di commettere grossi errori- che nel programma governativo di allentamento progressivo dei divieti finalizzati a limitare il possibile contagio del virus nella popolazione, gli ultimi a saltarne fuori saranno proprio loro, i minori. 

Nei decreti che si sono succeduti in questi mesi con ritmi quasi frenetici, infatti, le eccezioni al divieto di uscire di casa è stata presa in considerazione solo la popolazione adulta, partendo dalla necessità di garantire la produzione di beni e servizi, sino ad arrivare persino ai bisogni dei cani e al loro diritto imprescindibile di fare le quotidiane passeggiatine con i loro padroni. Quindi, se all’adulto qualche concessione rispetto all’ingiunzione di restare a casa è stata fatta e qualche forma di attività motoria all’aria aperta è stata possibile, ad oggi, in questa Regione -il Friuli Venezia Giulia- ai bambini ed ai ragazzi nulla è stato permesso.

È stato così che bambini e ragazzi sono stati confinati e sono tutt’ora costretti a restare ventiquattro ore su ventiquattro entro le mura domestiche. I più fortunati hanno almeno un fratello con cui condividere qualche gioco ed anche qualche conflitto, oppure hanno spazi vivibili e magari un giardino dove poter lanciare una palla o giocare con la terra. Ma i più, sono figli unici, sono bambini che vivono in famiglie monogenitoriali, ragazzi che hanno i genitori al lavoro. Ci sono anche quelli che vivono in appartamenti di pochi metri quadri in nuclei familiari con elevata conflittualità.

Sembra paradossale come, improvvisamente, con l’inizio della diffusione del virus, i diritti dei minori, la loro necessità di movimento, di relazione, di sperimentazione, ma anche solo di sapere se esiste ancora un mondo al di fuori dalle mura domestiche -considerate anche le notizie e le immagini allarmanti cui sono stati inevitabilmente esposti- siano passati in ultimo piano, anzi, sembrano non essere più esistiti se non per i loro familiari. Assenti nei contenuti dei decreti e assenti nei discorsi mediatici, se non per quelli riferiti alla scuola fino al periodo pasquale, al punto da poter essere considerati gli “invisibili” all’epoca della pandemia.

2. I bambini invisibili: come può essere avvenuto questo brusco rovesciamento di prospettiva?

Mai come in questi ultimi anni il bambino era stato al centro del discorso sociale, oggetto di un’attenzione speciale, non solo all’interno della famiglia ma, anche, in larga parte del mondo degli adulti. Attorno ad esso, infatti, era cresciuto, sino a diventare enorme, un mercato redditizio fatto non solo di oggetti sempre nuovi ma, anche, di offerte aggregative, sportive, ludiche e pedagogico-educative da lasciare nell’imbarazzo della scelta chiunque. Queste offerte non solo avevano catturato i piccoli, ma anche gli adulti (genitori e nonni) attorno a loro, risucchiando tutti in gironi infernali di iperattivismo e di ricerca compulsiva di acquisizione rispetto ad ogni nuovo oggetto “luccicante” immesso nel mercato. L’imperativo categorico -per ciascun genitore- era quello di crescere un bambino “felice”, in grado di realizzare la propria identità al meglio, senza traumi, enfatizzando i piccoli e grandi talenti di ciascuno. Questa corsa, oltre a lasciare i genitori senza fiato provocava un’angoscia pervasiva sollecitata dal timore che il proprio figlio potesse restare anche solo mezzo passo indietro rispetto ad un altro, ma, anche, alimentata dalla paura di macchiarsi della imperdonabile colpa di non aver garantito tutte le migliori opportunità al proprio pargolo.

Ora com’è possibile che una volta chiuse le scuole e, assieme ad esse, le varie proposte ludico ricreative, nonché, ovviamente, serrate le aziende produttive, il bambino non sia stato più nemmeno nominato?

3. Il piccolo grande consumatore

Verrebbe da pensare che nel momento in cui il piccolo d’uomo non è più un grande consumatore esso ritorni ad occupare quel posto che gli era stato assegnato in tutta la storia dell’umanità sino alla fine dell’ottocento, cioè fino all’avvento della psicoanalisi. Il posto di chi ha poco o nessun diritto, il posto del servo, di chi non può parlare (infante: dal latino infans, infantis, derivato da fans, fantis con il prefisso in: “che non sa o non può parlare”). Il bambino da protagonista della società del godimento scivola repentinamente al posto di “muto ed invisibile” nella società della pandemia.

Qualcuno ora ritiene che sia possibile passare senza traumi dal tempo del godimento “tutto e subito” a quello “del nulla”, del vuoto di relazioni e del tempo arrestato.  Se, come ci ha insegnato lo psicoanalista Jacques Lacan, dalla mancanza sorge il desiderio, e, quindi, da un tempo non troppo pieno, e persino dalla noia, possono nascere nuove intuizioni, l’atto creativo e, perciò, nuove soluzioni creative per il soggetto stesso, in un passaggio così inaspettato e violento da un estremo all’altro -dall’iperattivismo alla paralisi- senza soluzione di continuità, di fronte ad una esperienza così inattesa, così  “irrappresentabile” come quella del mondo in cui tutto si ferma non può non esserci un effetto di trauma anche e, anzi, direi, soprattutto per i bambini.

Quello che si è creato a seguito della diffusione del virus Covid 19 è un effetto di cesura, di perdita traumatica che in qualche modo dovrà essere elaborata e rimarginata prima di poter costituire, speriamo, nuove opportunità.

4.     Bambini e scuola ora se ne riparla!

Fortunatamente durante il periodo pasquale sui giornali e sui social è iniziato ad apparire qualche sparuto articolo che riportava la voce allarmata di qualche esperto (pediatra, psichiatra e psicologo) che aveva iniziato a porre la questione dei possibili effetti della reclusione sui minori: la popolazione più vulnerabile dopo quella degli anziani, anziani di cui, invece, certamente si è parlato visto che è principalmente per la loro tutela che tutti ci siamo fatti da parte.

Mentre ora cominciano a serpeggiare le preoccupazioni rispetto ad un possibile nuovo picco del contagio nel mese di settembre e, quindi, si comincia ad affrontare il discorso sul rischio del riavvio scolastico in quel periodo, nessuna rivisitazione del sistema scolastico rispetto alle ormai diventate note “classi pollaio” e, soprattutto, nessuna proposta e nessun progetto per reinventare una scuola già in crisi per la caduta del modello “verticale” docente-discente e rispetto a classi di ragazzi sempre più “ingestibili” anche sempre meno sensibili rispetto al potere dell’autorità. Nessun progetto è stato finora preso in esame e soprattutto, nessun progetto sembra essere pronto sui tavoli decisionali rispetto ai cinque mesi impossibili che si profilano ora dinnanzi alle famiglie -profondamente minate dal punto di vista economico e per la maggior parte impossibilitate a poter prendere ulteriori ferie o congedi- per il fatto che presto i genitori riprenderanno a lavorare e non avranno a chi affidare i loro figli.

Accanto al grave ed imprescindibile problema organizzativo, esiste anche quello altrettanto consistente delle conseguenze psicologiche che, non solo la pandemia, ma anche il confino ha provocato sui minori. Difficile darsi ragione del motivo per cui fino ad adesso, nessuno si sia dato la pena di capire quali potessero essere i modi per contenere il disagio e come poter sostenere, in questo scenario, il piccolo d’uomo.

5. Didattica a distanza

L’unica risposta sembra essere stata la controversa didattica a distanza o DAD. Essa certamente è stata ed è, ancora oggi, oggetto di critiche e di timori, in prevalenza da parte dei docenti stessi rispetto agli utilizzi impropri e alle possibili violazioni della privacy oppure, peggio ancora, del cyber bullismo. L’impressione è che i ragazzi siano molto più responsabili di quanto s’immagini e che i casi isolati di “utilizzo improprio delle immagini” o di comportamento scorretto andrebbe affrontato singolarmente per quello che è – spesso un modo per rendersi visibili- e senza attribuirgli effetti catastrofici.

Per molti certamente la DAD è stata una risorsa, ci sono stati insegnati che hanno dedicato intere giornate ed enormi energie personali per imparare a utilizzare le nuove tecnologie e le varie piattaforme per la didattica online, oltre che per comunicare con i ragazzi delle loro classi. Essi hanno creando una vicinanza e legami di solidarietà ben oltre quello che è considerato lo stretto mandato del docente.

Per molti altri, bambini e ragazzi, la DAD è rimasta una vera utopia, una risorsa sottovalutata e “gestita con il contagocce”. La difficoltà di connessione di alcuni insegnanti, il rifiuto categorico di utilizzare dispositivi tecnologici, i timori di violazione della privacy, o ancora il timore di creare diseguaglianze (rispetto a chi non avrebbe a disposizione alcun mezzo tecnologici) sono state le motivazioni con cui alcuni Dirigenti hanno giustificato la scarsa offerta formativa prodotta “a distanza”. Nelle Scuole Primarie, in particolare, essa si è risolta in una casella attraverso la quale mettere di tanto in tanto elenchi di compiti da eseguire, spesso sotto forma di sterili schede da compilare. Una didattica, che non sembra in alcun modo tentare di dare risposta, in primis, al rischio di buchi formativi (o del famoso analfabetismo di ritorno di cui si parlava già prima della pandemia) ma nemmeno considerare lontanamente i bisogni psicologici fondamentali di queste creature ora immerse nell’incertezza e bloccate dalla paura (il contagio, la possibile perdita dei loro amati nonni, e dei loro cari).

La priorità per i bambini in questo momento è quella dell’incontro, ancorché virtuale, la possibilità di sentire la voce dei propri maestri, di vedere il loro corpo e poter verificare che non tutto è scomparso, che il loro mondo non si esaurirà lì dentro. Ancora, hanno la necessità di comprendere che c’è qualcuno che li attende fuori dalle mura di casa, e che, giorno dopo giorno, si può andare avanti.

In questo momento, a mio avviso, per i bambini e ragazzi sarebbe più utile che mai affrontare con i loro maestri e professori temi ed argomenti che escono dal programma ministeriale. Ciò potrebbe avvenire attraverso la condivisione e la discussione di film, libri, video e perché no, delle serie tv che li hanno emozionati. Questa potrebbe rappresentare l’occasione per riprendere la narrazione sugli egli eventi della storia e sulle scoperte della scienza e della filosofia che stanno maggiormente a cuore ai professori e provocare nei ragazzi quel “contagio” d’amore per il sapere di cui necessitano. Quell’amore (che molti insegnanti custodiscono sempre con cura) che renderebbe tangibile ai ragazzi che anche in casa si possono vedere orizzonti infiniti, quegli orizzonti che la cultura può aprire. Insomma, si tratterebbe di avviare quel gioco metonimico per cui da una conoscenza all’altra si entra nel luogo del sapere ma anche delle infinite possibilità per l’essere umano.

 

[immagine di copertina di Andreina Ippoliti]

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